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La depressione ( il sentimento depressivo ) 30/03/2017

Il sentimento depressivo è un accasciarsi dell'umore che diventa triste. Uno squilibrio del tono umorale, un orientamento verso la tristezza profonda, cupa, monotona,verso i sentimenti depressi, con una anestesia affettiva e pessimismo. Questa intrusione umorale coabita con sentimenti di sfiducia, di mancanza di stima in se stessi,una mancanza o un affievolirsi dell'energia vitale, un'incapacità di esprimere l'aspetto aggressivo, una chiusura in se stessi e un bisogno di autopunizione. Non si riesce a rappresentarsi il futuro o a viversi nel futuro,il tempo è vuoto, inutile, senza senso, C'è una incapacità di progettarsi nel tempo: un doloroso presente o un presente dilatato. La monotonia della definizione "depressione", monocorde ed assoluta, da un senso rassicurante ma illusorio e medicalizza dei sentimenti rendendoli malattia, non "lei mi sta parlando dei suoi sentimenti tristi, ma "lei ha la depressione", una malattia appunto. Non si tiene conto, e la persona "depressa" non se ne rende conto, della diversità del sentire depressivo, delle sfumature, della cromaticità del colore nero, diventa tutto nero, monocolore,ci sono stati d'animo che hanno una propria identità che crea un confine con l'opacità o chiarezza per alcuni del termine depressione.

Stati d'animo Tristezza, infelicità, sconforto, scontentezza, disperazione, avvilimento, demoralizzazione, afflizione, monotonia, noia, vuoto, tedio, malcontento, scoraggiamento, pessimismo, umore nero, malinconia, struggimento, tormento.

L'ombra nera

(il sogno di Paola) Paola racconta un sogno dove si trova a vivere spensierata in un villaggio di montagna. E' un villaggio pieno di vita, dove prevale il movimento, le persone sono in movimento, variamente impegnate, visi sereni, contenti. Nella valle prevalgono i colori, il vento crea movimento nella natura, è animata. Tutto richiama alla vita e lei si sente viva. Improvvisamente in lontananza si crea un'ombra nera, scura, minacciosa, come una nebbia che avanza e invade e pervade tutto, avanza inesorabile. Il vento cessa, i colori della valle svaniscono, gli abitanti del villaggio rallentano, si fermano, come impietriti. Anch'io mi sento ferma, senza forze, incapsulata, una sensazione orribile, la subisco. Il colore ora è uniforme, la valle, il villaggio, i suoi occupanti, tutto è avvolto dal nero, tutto è triste, tutto è buio, tutto è immobile, senza scampo. Mi sveglio con un brivido freddo nel corpo. La nostalgia del pianto Luca si lamenta, mi parla della sua difficoltà, della sua impossibilità di piangere. La esprime con un sospiro, con la nostalgia di un pianto che non c'è più, nonostante i suoi sforzi per spingere le lacrime fuori. "Maledetti psicofarmaci, mi avete dato l'illusione di non essere più depresso e mi avete tolto un esperienza, il pianto, che sentivo liberatoria, mi sentivo vivo nel pianto, mi accarezzavano le lacrime, ora mi sento arido, senz'anima,ho venduto l'anima al diavolo e mi ha mandato il conto.

La promessa del diavolo

( l'anestesia dell'anima ) Il farmaco era: "ti farò stare meglio, cambierò il tuo umore, non sentirai più il dolore della depressione", era la spinta verso la felicità. Ho firmato il patto con il diavolo, era così seducente , carico di promesse, che non ho guardato bene cosa comportava. Tono dell'umore falsato, difficoltà nel piangere, difficoltà nel raggiungere l'orgasmo... direi una fregatura, almeno per me. Il vuoto dentro Stefania descrive una sensazione di vuoto che prova dentro di sé, che sente incolmabile, un vuoto incolmabile, come un richiedente che vuole, che pretende nutrimento ma niente sembra saziarlo.Come un bambino piccolo che piange, piange disperato e tu cerchi di allattarlo perché pensi che così si acquieterà, si calmerà e lui riprende nel suo pianto, nella sua richiesta e a te rimane la sensazione di avere un latte che non sazia. Il sortilegio malefico Nel racconto di Paola, dove nel sogno improvvisamente l'ombra nera crea l'immobilità, la tonalità scura, l'incapsulamento, sembra che la vallata, il villaggio ed i suoi abitanti siano vittime di un sortilegio malefico. Anche Luca che non riesce più a piangere, sembra vittima pure lui di un incantesimo. Stefania che si trova con un vuoto insaziabile e incolmabile, richiama il maleficio, l'incantesimo, la magia.

Oltre l'incantesimo ( la rottura del sortilegio malefico )

Rabbia dentro-rabbia fuori Paola: sa quale è stato il mio momento caotico, come dice lei...la rabbia, ma non la rabbia verso me stessa, quella la conosco bene, era familiare prendersela con me stessa, con il mio corpo, no, la rabbia fuori il buttarla fuori, averne e sentirne il diritto, quel momento ha permesso a quella parte soffocata,zittita, avviluppata, di sentirsi libera di rivendicare il proprio spazio di esistenza.

Le lacrime dolci

L'immagine del parto, che lei ha evocato, del partorirai con dolore, della difficoltà del far nascere, si accorda bene alla mia difficoltà di piangere. Mi mancavano quelle lacrime, ne avevo nostalgia, ora si sono sciolte, libere, ma il mio pianto non è più monotono, monotematico, "piango perché sono triste", "piango perché sono depresso", ora possono essere lacrime dolci, malinconiche, lacrime di gioia, lacrime nel ridere, non le conoscevo queste lacrime ma per me è stato creativo questo parto. L'altra me stessa Stefania è entrata nel suo vuoto incolmabile, insaziabile. Lì ha trovato un'altra se stessa, l'ha ascoltata, ha imparato a conoscerla, a dargli voce, ad accudirla, a nutrirla. Ha rotto l'incantesimo che creava distanza, che non permetteva il contatto, ora sono in contatto.

Le doglie del parto

Partorire non promette solo il dolore nell'eccezione biblica del termine, ma porta con sé un atto creativo, non ti porta verso ciò che esisteva già ma prende forma qualcosa di nuovo rispetto all'esistente. Nella crisi depressiva c'è invece il fallimento dell'atto creativo, della difficoltà di produrre qualcosa di nuovo rispetto all'esistente,l' inesistente.

Il risorgere della persona

Il risorgere della persona passa attraverso elementi di caos, dei big-bang che generano vita, forme nuove, pensiero creativo, umore vario e non fisso, uguale a sé stesso. L'ordine viene scosso, il sempre uguale,la monotonia del vivere, la prevedibilità, che ti avviluppa e impedisce all'anima di esprimersi, di vivere, viene scosso e la crisi porta all'evoluzione, non all'involuzione e alla retroattività.

Quando la parola non rimane parola ma diventa azione o promette l'azione

Elio entra nello studio, va verso il lettino, lo fa lentamente, si ferma, mi guarda con un espressione furbesca, come quando un bambino sta per commettere una marachella, poi... abbaia, mi ringhia, come fosse un cane. Mi fermo, lo guardo incuriosito e dico: mmm.. è un dobermann, un pastore tedesco, un maremmano o un buuldog napoletano? Mi sorride e si sdraia sul lettino. Matteo sta sdraiato sul lettino e da un pò parla di suicidio, ne parla come possibilità, eventualità, si prefigura il prime, mentre lo mattua e il dopo, le reazioni degli altri alla notizia del suo atto. Ad un tratto si alza, va verso la finestra dello studio, con passo lento. Si ferma, guarda me, guarda fuori. Passa qualche minuto, poi gli dico: visto che è là, vicino alla finestra ed ha una buona visuale, mi può per cortesia dire come è il tempo, è sereno, ci sono delle nuvole? Matteo guarda fuori, si gira e dice: è sereno, e ritorna lentamente verso il lettino. Mi indica con il dito, sorridendo: lei è un furbetto eh.. un furbetto. Alvise è verso la fine del colloquio, è un primo colloquio. Vira in maniera brusca e mi dice: non lo so, tanto ho l'intenzione di farla finita, di suicidarmi. Lo guardo negli occhi per qualche secondo e poi dico: vede allora non posso prenderla in terapia perchè non sono un medium, per cui deve scegliere se curarsi o non farlo e sopprimersi. Mi guarda incuriosito, poi un leggero sorriso: scelgo di curarmi. Sceglie di curarsi. Si, scelgo la terapia.

Povere le mie orecchie

Mario sta parlando disteso sul lettino, quando, improvvisamente si ferma e canta:io sono grande, sono forte, sono fooorte... a squarciagola, stridulo, stonato, provocatorio. Qualche minuto così poi dico: pietà per le mie povere orecchie..le mie povere

orecchie chiedono pietà. Si ferma, ferma quel canto stridulo e incontinente. Riprende a parlare.

Il lettino ad una piazza
Eleonora verso la fine del primo colloquio, quando le prospetto una psicoterapia ed accenno all’uso del lettino e che mi siederò dietro di lei, mi guarda, guarda il lettino e dice: va bene, se lei si sdraia accanto a me, non dietro di me.

La guardo poi dico: sarà dura, è un lettino ad una piazza.. però anziché pormi dietro di lei posso sedermi accanto a lei. Mi osserva poi dice: questo posso accettarlo.

La bambina piangente e la seduttrice
Anna oggi entra in studio vestita con un abito lungo, nero, sexy, con delle scarpe con i tacchi alti che le crea una camminata incerta e non abituale, truccata, sguardo ammiccante poi di sfida.
Si gira molto vicino a me e dice: perché oggi non facciamo la seduta al bar? La guardo e dico: va bene, siamo al bar...Mariooo cosa ci proponi? Vi porto due bellini e delle patatine con olive. La guardo: le va bene? Sì mi va bene.
Mario: ma dove l’hai trovata questa così vestita? Dico: lo lasci perdere, è un po rozzo ma simpatico. Anna: ha un po’ ragione, mi ero vestita cosi’ con un progetto, l’idea di sedurla. Ero arrivata in anticipo e passeggiavo nervosamente
avanti ed indietro sul marciapiede opposto. Un’auto si é avvicinata e fermata, un uomo ha tirato giù il finestrino e mi ha chiesto: quanto vuoi? L’ho mandato a quel paese, però é vero, “un po’ battona”. Volevo essere attraente per lei, però
mi sono trovata in qualcosa di non familiare, di solito mi metto raggomitolata nella poltrona tenendomi le gambe, con i vestiti a sacco, piangendo o parlando come una bambina, volevo essere donna, una donna attraente e seducente
o provare ad esserlo. Cosa dice: torniamo in studio? Oggi offro io.. Mario quanto ti devo?

La creatività

Nella depressione ci possono essere momenti di creatività o momenti in cui il paziente "ti obbliga" alla creatività per uscire da situazioni infelici e pesanti. Per venirne fuori devi prima entrare e il terapeuta o se ne sta fuori o sta al gioco, lo accoglie e gioca con il paziente che lo propone , anche nel gioco pesante, per uscire, trovare il "come se ne esce", con un atto creativo, non con una proibizione, un rimprovero o una interpretazione.


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